Lo straniero
Qualche settimana fa mi hanno consigliato di leggere Lo straniero di Albert Camus (1942), mi hanno detto che è uno di quei libri che ti entra dentro e non ti abbandona più. Non ho subito accettato per vere queste parole, ma ho deciso di dedicarmi a questa lettura dal momento che Camus non è l’ultimo degli scrittori. Ero scettica all’idea di dedicarmi ad uno scrittore esistenzialista francese, forse temevo di perdermi in pagine e pagine di concetti, espressioni e discorsi sopra i massimi sistemi. Ho cercato di accantonare i pregiudizi e, spinta dalle centinaia di commenti positivi, mi sono imbarcata in quella che pensavo fosse un’impresa.
Il primo contatto con il libro, quello prettamente fisico, si è rivelato completamente differente rispetto alle previsioni: non era un mattone in stile Guerra e Pace con centinaia di caratteri che si rincorrevano annerendo spaventosamente le pagine, era una simpatica e snella edizione di Bompiani, in carta riciclata e composto da sole 176 pagine. Praticamente niente rispetto ai soliti papiri che divoro per sfizio personale. Ho iniziato a leggerlo e fin dalle prime pagine mi sono resa conto di cosa avevo perso a causa dei miei pregiudizi, basati, oltretutto, su dicerie e frasi captate per caso da amici e conoscenti forse poco amanti degli esistenzialisti francesi: mai assorbire le dicerie senza aver prima verificato tutto sulla propria pelle.
Quello che colpisce subito il lettore, avvicinandosi a questo libro, è l’estrema brevità delle frasi. La scrittura di Camus è essenziale, ridotta all’osso, studiata per raccontare nel miglior modo possibile quanto il protagonista, Mersault, pensa e prova nelle diverse situazioni che caratterizzano la sua vita. L’intero racconto, strutturato in due parti, è narrato completamente in prima persona, Lo straniero è un viaggio attraverso l’esistenza di un uomo e le sue sensazioni, che, a partire dalla morte della madre, lo accompagnano nelle sue giornate che oscillano tra l’apatia e la monotonia, interrotte solo da incontri piacevoli con Maria e da una nuova amicizia sbocciata con Raymond Synthès. A questa prima parte, segue la seconda che comincia con un omicidio, compiuto dallo stesso Mersault, che lo porterà a trascorrere intere giornate in carcere, chiuso in una cella dalla cui finestra riuscirà a malapena a vedere il cielo.
La parte che, a parere mio, colpisce maggiormente il lettore è la seconda poiché lo stile scelto da Camus porta il lettore a provare, ancora più che nella prima, quello che vive Mersault negli incontri con l’avvocato e durante il processo, tanto che si arriva quasi ad accettare i suoi pensieri facendoli coincidere con i propri.
L’indifferenza che egli prova e vive quotidianamente viene riconosciuta da Mersault nel momento in cui si trova solo in carcere, quell’indifferenza che comunque non è solo sua, ma è del mondo intero: “Così vicina alla morte, la mamma doveva sentirsi liberata e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida d’odio.”
Lo straniero di Albert Camus è un libro da leggere e rileggere più volte nella propria vita, un libro da amare, da regalare e da consigliare soprattutto a quelli che, come me, hanno qualche pregiudizio nei confronti degli esistenzialisti francesi: ebbene, per quanto riguarda Camus, mi sbagliavo. E’ un libro che coinvolge fortemente il lettore che viene trasportato all’interno della vicenda e difficilmente riesce a staccarsene, arrivando addirittura, come la sottoscritta, a divorare l’intero libro durante un viaggio in treno di un paio di ore.
Da questo romanzo nel 1967 è stato tratto l’omonimo film di Luchino Visconti che oggi è difficilmente reperibile, nella pellicola il ruolo di Mersault è stato affidato a Marcello Mastroianni.
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