“Conditions of my parole” e il sempreverde Maynard.

feb 08, 12 “Conditions of my parole” e il sempreverde Maynard.

Affermare che Maynard James Keenan sia uno dei più prolifici e istrionici autori/produttori dagli anni ’90 in poi, è tanto giusto quanto scontato e disconoscerlo non sarebbe reato.

Tuttavia può capitare che l’interlocutore, posto innanzi alla domanda: “Ti piace l’ultimo album dei Puscifer?” risponda: “Ah, e chi sono i Puscifer?”, quando in realtà avrà ascoltato almeno una volta nella sua vita la sua voce in una canzone dei Tool o degli A Perfect Circle (se non conoscete neanche loro, fatevi un esame di coscienza e andate su Youtube a cercare qualcosa).

Ed è quindi nei Puscifer, avatar di uno dei suoi side-project più di nicchia, con il loro secondo e ultimo album “Conditions of my Parole”, che troviamo una delle versioni più vere di Maynard… Ammesso che ce ne sia una.

Registrato interamente nelle cantine della sua azienda vinicola “Caduceus”, questo album racchiude 12 pregiatissimi brani pregni della sua Arizona, sede della cantina stessa. Con un pizzico di ironia si spazia da suoni più country come nel primo singolo omonimo Conditions of my Parole, su cui si basa interamente l’artwork e la scelta di stile, a quelli più post-industrial e di ambiente come Telling Ghosts e The Weaver.

E come il vino acquista qualità dall’interazione di diversi fattori, anche questo album è frutto di un contributo di musicisti tra cui Carina Round, Matt McJunkins, Jeff Freidl, Jonny Polonsky, Alessandro Cortini, Sarah Jones, e Jon Theodore che, mettendo del proprio, hanno dato ancor più valore al prodotto finale.

Non si può evitare di riconoscere in Maynard che il suo alto menefreghismo nei confronti del sistema musicale e la volontà di mantenere un basso profilo con questo album, abbiano dimostrato l’esistenza di validi prodotti al di fuori del mainstream, che rendono felici quella piccola parte del pubblico “di nicchia” che sa apprezzare e si emoziona ancora ascoltando buona musica.

di Stefano Veltri

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