Il Grinta e i Coen: il Cinema del castigo

gen 11, 12 Il Grinta e i Coen: il Cinema del castigo

E’ notte. Da qualche parte nello stato dell’Arkansas. L’immagine rischiara un poco: delle candele illuminano una casetta dal suo interno. S’intravedono delle finestre, un piccolo porticato, e una figura distesa per terra, nel giardino. Qualcosa fluttua intorno a quello che s’è scoperto essere il corpo d’un uomo: potrebbero essere foglie, ma è neve, che scende giù disordinata. È su questo splendido gioco di colori che sentiamo una voce, fuori campo, raccontare di un omicidio e della voglia di vendetta: una grande avventura è alle porte, spinta da una determinazione d’acciaio. “ … senza dubbio Chaney credeva di farla franca. Ma si sbagliava. Si deve pagare per tutto a questo mondo, in un modo o nell’altro. Niente è gratuito, tranne la Grazia di Dio” dice la voce, anticipando il tema della storia, tutta western. E di western ce né tanto ne “Il Grinta”, scritto e diretto dai fratelli Coen, tratto dal romanzo di Charles Portis, e remake dell’omonimo film del 1969, diretto da Henry Hathaway, e per il quale John Wayne vinse l’oscar per il miglior attore protagonista.

La trama: il flashback d’una bambina

La storia narra di Mattie Ross, una quattordicenne determinata a vendicare la morte del padre, avvenuta per mano dell’assassino Chaney. Mattie è sveglia, cocciuta, senza alcun timore reverenziale verso quegli adulti cui pare voglia tanto assomigliare: <<una vera rompiscatole>> come l’ha definita Ethan Coen. Per realizzare il suo sogno vendicativo, Mattie ingaggia Rooster Cogburn (Jeff Bridges), sceriffo e cacciatore di taglie, detto il Grinta. L’uomo, all’apparenza malconcio, dopo iniziali titubanze, accetta di aiutare la piccola in cambio di cento dollari. Alla vigilia della partenza nei territori indiani, dove s’è nascosto Chaney, alla strana coppia si aggiunge anche un ranger texano, LaBoeuf (Matt Damon), a sua volta a caccia dello stesso uomo, reo di aver ucciso un senatore in Texas. Come già seppe fare Hathaway, la prima mezzora della pellicola è utile, oltre che alla caratterizzazione dei personaggi principali, a descrivere la condizione socio-ambientale all’epoca dei fatti. Siamo al tempo delle guerre agli indiani e delle taglie, degli omicidi impuniti, delle fughe a cavallo e dei duelli: siamo ai tempi dei western insomma, quelli che abbiamo imparato a conoscere con Clint Eastwood e Sergio Leone, con John Ford e, naturalmente, proprio con John Wayne. Da quando l’inseguimento ha inizio, si ha l’impressione che tutto vada proprio nel modo sperato dalla giovane protagonista. L’avventura che tanto la eccita le regale emozione e soddisfazione; di minuto in minuto, la cattura di Chaney le appare sempre più vicina. Anche i Coen sembrano adeguarsi agli occhi di Mattie: aboliscono quasi del tutto la crudezza mostrata in altre occasioni, l’accompagnano con la scelta di musiche quasi eroiche e fanno si che pure la neve che scende, come nell’incipit, con a terra il padre morto, appaia più come una cornice rassicurante che come una minaccia atmosferica: i bambini amano la neve, e noi la vediamo, con gli occhi di Mattie, cadere dolce. Cogburn e LaBoeuf litigano di continuo, ma la ragazza può fare affidamento ora sull’uno ora sull’altro, fino a quando la situazione richiederà una reale collaborazione: allora sapranno unirsi per salvarla, elevandosi, da semplici sceriffi, al ruolo che più gli è consono, quello dell’eroe senza paura. Anche Chaney, una volta raggiunto, sembrerà un finto cattivo, quasi una caricatura della nemesi del mostro: impreca con la ragazzina che sta per sparargli, dicendole che tutti ce l’hanno con lui.

Fantasia Vs Realtà: Spielberg & i Coen

Se non rincontrassimo Mattie, ormai donna, venticinque anni dopo i fatti raccontati, potremmo davvero credere di aver assistito al racconto, splendidamente illustrato, di una leggenda a lieto fine, una di quelle che i nonni raccontano ai nipoti per farli addormentare. Steven Spielberg, produttore della pellicola, il regista per eccellenza della fantasia infantile, quello che ha dato vita ai dinosauri e agli ET buoni, riesce a deviare i tortuosi percorsi narrativi dei Coen, incanalandoli dentro a una leggerezza che ce li fa sentire, se non lontani, almeno timidi. Ethan e Joel, che per assecondare Mattie e la sua versione dei fatti, erano riusciti a snellire il peso della pellicola avvicinandola al grado di blockbuster d’autore, si prendono i minuti finali del film, fortemente diversi rispetto al lavoro di Hathaway, per firmare il lavoro una volta giunto al termine.

Non è un Cinema per bambini: il peccato e il castigo

Si deve pagare per tutto a questo mondo, in un modo o nell’altro…” diceva Mattie all’inizio del suo racconto, e a questa legge neanche lei è riuscita a sottrarsi. Quale sia la sua colpa è cosa amara da scrivere, e ancor di più da percepire: avrebbe forse potuto essere la sua arroganza adolescenziale, o la sua altezzosità, il desiderio di vendetta o semplicemente il suo coraggio spregiudicato. Forse è tutto questo, o forse no. Forse, la sua colpa più grande, e propendiamo per quest’ultima vedendo come siano connesse causa ed effetto delle sue azioni, è la perdita della sua innocenza: precoce e, soprattutto, desiderata. Il destino punisce Mattie, come già fatto pure col Grinta che, sebbene abbia passato una vecchiaia tranquilla, aveva pagato l’effetto del suo agire con la perdita della donna ch’amava, e solo salvando la vita ad una ragazzina era riuscito a trovare la pace.  Le parole pronunciate da Mattie nell’overture anticipano il castigo di Chaney, ma anche il proprio, e probabilmente racchiudono, forse inconsapevolmente, uno dei leitmotiv più forti della filmografia dei fratelli Coen: il peccato, che in ogni sua accezione è qualcosa da espiare.

Nell’opera del duo di Minneapolis, il rapporto tra la colpa, che macchia l’anima, e la punizione, che la riscatta, è morboso: un’ ossessione antico-testamentale che ne guida i (capo)lavori. Mattie Ross è solo l’ultima della lista, quella per cui avevamo sperato in un caritatevole riguardo. Sin dai tempi di Jerry (Fargo), ogni (anti)eroe coeniano ha avuto ciò che meritava, spesso anche di più. Risalendo l’opus coeniano, entriamo nel III millennio con L’uomo che non c’era (2001), in cui l’adulterio è punito con la morte accidentale di lui e, ancora, col suicidio di lei. Lì, i Coen punivano anche il marito tradito, Ed Crane, colpevole di non aver affrontato direttamente l’amante della moglie: verrà giustiziato, dopo essere stato condannato per un omicidio che non ha commesso. Del castigo ne sanno qualcosa anche i ladri gentiluomini e improvvisati di Ladykillers (2004, remake di La Signora omicidi, 1955), una delle commedie più nere che io ricordi, dove non c’è salvezza neppure per Tom Hanks, professore di lingue antiche alla ricerca del colpo che gli cambierà la vita: ascoltarlo mentre recita strofe di Edgar Allan Poe è un piacere che non basterà a salvargli la vita: morirà lui e moriranno i suoi complici. Non ci sono superstiti  in Ladykillers, sebbene nessuno sia propriamente un cattivo; eppure , di fondo, c’era il peccato originale, l’idea di una rapina in banca, con un piano che richiedeva l’inconsapevole aiuto di un’anziana donna, vedova e timorata di Dio, da trarre in inganno. La violenza pura regna invece nelle terre di frontiera di Non è un paese per vecchi (2007): qui sono anche personaggi innocenti a lasciarci le penne. Il personaggio principale (perché è lui il vero protagonista), Anton, è un assassino fortemente deviato, eppure lucido nell’applicazione del suo personalissimo codice morale: egli uccide per professione, è vero, e per rincorrere (quello che lui crede essere) il suo denaro, ma quando è indeciso se fare la grazia, o dare la morte, lascia che sia una monetina, eletta a giudice supremo e imparziale, dunque ideale, a scegliere per se e per le sue vittime. Anton si sente il vero braccio armato della (sua) Giustizia in terra: è pronto ad uccidere (non mostra rimorso ne gusto nel farlo) per tenere fede alla parola data: mantenere una promessa fatta ad un uomo, il reduce Moss, ch’egli stesso ha già ucciso, colpevole di aver peccato di avidità, quando ha deciso di tenersi dei soldi (tanti) che non erano suoi, e di aver preferito, alla possibilità di salvare la moglie, l’opportunità di tenersi il denaro. In A serious men (2009), Larry, vessato, distrutto, del quale il destino ha voluto prendersi crudelmente gioco, pareva, nel suo essere un uomo normale, privo di una colpa che giustificasse il trattamento riservatogli; eppure ci sforziamo di trovarne uno, e una volta trovato pensiamo che possa essere il più grave tra tutti: Larry aveva tentato di tenere tutta la sua vita sotto controllo, aveva provato ad essere un uomo serio, normale, dimenticandosi di essere fondamentalmente un Uomo. L’annullamento della propria indole è stata la macchia che l’ha portato sulla strada della fine: quale peccato contro la propria vita avrebbe mai potuto essere più pesante?

L’arte dei Coen: evanescenza della Passione

Cinici, violenti, umoristicamente neri, grotteschi: gli aggettivi per Ethan e Joel Coen non sono mai stati risparmiati: a noi, al di là delle questioni morali o etico-filosofiche, restano le immagini di un Cinema intelligente, colto e accattivante, che risplende nello scorrere di ogni fotogramma e di ogni battuta, e che ci inchioda alle poltrone costringendoci a prendere una posizione. Sebbene non ci sia mai la catarsi, il senso di un sollievo dello Spirito, un’epurazione, ad abbracciarci quando abbiamo smesso di vedere, sorridiamo di gusto, avendo solo voglia di vederne ancora, del loro Cinema, e facciamo nostro il detto un po’abusato che dice che non è all’arrivo che troviamo il senso di in un viaggio, ma è ciò che proviamo nel mentre gli andiamo incontro.       


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