Omicidi in Divisa: il Caso Aldrovandi

ott 31, 11 Omicidi in Divisa: il Caso Aldrovandi

Un ragazzo di diciott’anni, come tanti,  che ama vivere, ha tanti sogni e tanti desideri. Detesta le ingiustizie e tiene al suo fisico: infatti, è un salutista fissato con le etichette del cibo. Per mantenersi economicamente, nel tempo libero, distribuisce pizze. Ama ascoltare la musica e divertirsi con gli amici; meta preferita per le sue uscite: il centro di Bologna. Lì c’è sempre tanta gente, ci sono tanti locali e centri sociali; non ci si annoia mai. Sabato 24 settembre 2005, Federico decide di andare al “Link”, centro sociale bolognese; c’è un concerto reggae quella sera. Così parte da Ferrara, luogo in cui vive, per raggiungere Bologna in macchina, insieme ai suoi amici Andrea, Michi e Burro. Appena giunti sul posto, i tre apprendono la notizia che il concerto è stato annullato. Ma i tre decidono di fare baldoria ugualmente: fanno un giro per le vie del centro, bevono birra e assumono ecstasy ed Lsd.

Sono da poco passate le 5:00, e il gruppo decide di tornare a casa. Arrivati a Ferrara, i tre si separano: nei pressi dell’Ippodromo, Federico sceglie di scendere dall’auto, e di fare gli ultimi tratti che lo separano da casa sua a piedi. L’aria settembrina è ancora calda ed è piacevole camminare di notte, mentre la città è addormentata e le strade sono deserte; a Federico piace molto passeggiare, lo fa spesso, soprattutto perché aiuta a smaltire meglio gli effetti degli stupefacenti. Ma qualcosa, quella notte, va storto. Sono le 5:45: una donna chiama il 113, c’è un ragazzo che fa un gran baccano in strada. Pochi minuti dopo, la polizia giunge sul posto segnalato e si trova davanti un ragazzo, un po’ su di giri. Alle 6 di mattina, alle luci blu della Polizia si aggiungono quelle dell’ambulanza. Federico è steso a terra e non da segni di vita. Ha le manette ai polsi, il volto tumefatto, lividi dietro il collo, ecchimosi all’occhio destro e sangue in bocca. La Croce Rossa fa di tutto per rianimarlo, ma il defibrillatore e l’adrenalina nelle vene sono inutili. Federico Aldrovandi è morto.

Ore 8:00 – come ogni mattina, Patrizia, mamma di Federico, entra nella sua stanza per dargli il “buongiorno”. Quella Domenica il letto del figlio è intatto e vuoto. Patrizia lo chiama sul cellulare ma Federico non risponde. Gli invia degli sms, e prova ancora a chiamare, ma nulla, nessuna risposta. La signora Aldrovandi non può lontanamente immaginare il perché. Il suo telefonino è per terra, a pochi centimetri dalla sua mano, e tra le tante persone accorse per la curiosità, si sente un motivetto rock, e sul display s’illumina la parola “Mamma”. Gli agenti non se la sentono di rispondere a quella chiamata, ma si fanno coraggio quando arriva la telefonata del padre di Federico, memorizzato “Lino”. Finalmente qualcuno risponde al signor Aldrovandi: ma non è la voce di Federico. Dall’altra parte del telefono, infatti, è un poliziotto a dirgli: “Abbiamo trovato il cellulare in strada, stiamo facendo degli accertamenti”.

Passano poche ore, e tra l’ansia e la preoccupazione dei genitori, qualcuno bussa alla porta: è un poliziotto, che con parole concise dice: “Suo figlio è morto … perché era drogato … si è fatto male da solo… sferrando testate contro i pali della luce. Abbiamo fatto di tutto, ma non lo abbiamo potuto fermare. Ci dispiace. Siamo a disposizione…”. Incredulità e silenzio; un dolore lancinante invade quella casa, tra le foto e i ricordi di quel ragazzo alto e riccioluto, sempre gentile con tutti, che amava la vita. “Maledetta droga che ha ucciso mio figlio”- sospira Patrizia.

Prima di dare l’ultimo saluto al proprio figlio, i genitori, si recano in obitorio, alzano il lenzuolo che copre il corpo di Federico, ma stentano quasi a riconoscerlo. Ha il volto massacrato e i polsi viola: “No, non può essere stato lui a ridursi in questo modo. Così come non può essere stata la droga a uccidere mio figlio”; sono queste le uniche parole che escono dalla bocca di Patrizia. Era una furia”-giustificano gli agenti- “ha sbattuto ovunque, anche la testa contro il muro”. Ma sulla testa di Federico non verranno mai trovate le tracce di cemento, né il sangue sui muri.

Da quel giorno in poi, la famiglia Aldrovandi non troverà più la pace di un tempo. Gli incubi notturni hanno il volto sfigurato di “Aldro”, come lo chiamavano gli amici, che gli volevano bene e ora si ritrovano anche accusati di averlo abbandonato. Saranno mesi di fuoco quelli che verranno, mesi nei quali il desiderio di avere giustizia si farà sempre più grande. Si aprono così migliaia di blog dedicati a lui, si fanno tanti sit in e fiaccolate. Un testimone si fa coraggio e finalmente qualcosa di nuovo viene fuori. Anna Marie Tsague, camerunese, ha il balcone che da proprio su quel piazzale dove è morto Federico: “Ho sentito dei rumori strani quella mattina, mi sono affacciata e ho visto gli agenti che prendevano a calci un ragazzo steso a terra. Avevo paura di parlare, solo ora mi sono fatta coraggio e ho detto tutto. Stavo troppo male, non potevo tenere tutto dentro”. Iniziano anche gli interrogatori, a Burro, Michi e gli altri viene detto: “ Lo sappiamo che siete tutti drogati, diteci dove comprate la roba”. Ai genitori di Federico, la morte del figlio viene fatta ricondurre semplicisticamente ai problemi di droga dei giovani.

Ma ormai, a voler conoscere la verità dei fatti è anche il questore di Ferrara, Luigi Savino, insieme ad un ispettore della Digos, Nicola Solito. I due si mettono subito all’opera, e fanno riemergere dei documenti molto importanti che erano (per negligenza?) stati ignorati. Registrazioni che presentano delle differenze sostanziali con le testimonianze riportate ufficialmente sugli atti. Ci sono i manganelli rotti, i vestiti di Federico intrisi di sangue, e i quattro, cinque giorni, di prognosi dati agli agenti, nessun ricovero. Gli agenti avevano addirittura chiesto un supporto per trattenere “quella furia”. Federico aveva assunto stupefacenti quella notte, ma, come rivelano le perizie tossicologiche, in misura insufficiente a causare il decesso, né tali da causare un atteggiamento aggressivo e iperattivo.

Un anno dopo, i quattro agenti sono finiti nel registro degli indagati per omicidio colposo: Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, avrebbero ecceduto i limiti dell’adempimento del dovere, avrebbero continuato a far violenza su Federico, nonostante egli non reagisse già più, e avrebbero chiamato in ritardo l’ambulanza. L’accusa punta anche sulle registrazioni di una conversazione tra i poliziotti sul posto e quelli in centrale: “…l’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto. Secondo la tesi del cardiopatologo dell’Università di Padova, il professor Thiene, il cuore di Federico avrebbe subito un arresto dopo aver ricevuto un colpo violento. “Federico è morto per anossia postulare, che è più o meno come morire crocifissi”- sono le parole della signora Aldrovandi- “l’hanno preso a manganellate in testa oltre che su braccia, gambe e schiena.” Qualcuno ha visto Federico immobilizzato, a terra, col ginocchio di un agente puntato sulla schiena e un manganello sotto la gola mentre l’altra mano del tutore dell’ordine gli tirava i capelli. Un testimone sostiene che la poliziotta si sarebbe perfino vantata: “L’ho tirato giù io, ‘sto stronzo!”.

Dopo sei anni, il 10 giugno 2011, la corte d’appello di Bologna ha confermato la pena di omicidio colposo di primo grado ai quattro “agenti-assassini”: 3 anni e sei mesi di reclusione. Giustizia fatta? Forse sì. Ma alla famiglia Aldrovandi nessuno più restituirà il sorriso di Federico. Quel sorriso, ricco di gioia e di spensieratezza, che è stato disumanamente spezzato da quella “morte vestita di quattro abiti azzurri” come scrive il suo papà in una lettera dedicata a suo figlio.

Ciao Federico,

Sei anni fa, di domenica mattina, come oggi, nel tornare a casa, nella tua città, avresti trovato ad attenderti la morte, vestita di quattro abiti azzurri.

Stringo i pugni, guardo il cielo dalla finestra della tua camera…, e come ogni notte vorrei fare qualcosa di fantastico e sorprenderti: “restituirti la vita”.

Ma sono solo un essere umano.

Un giorno da qualche parte ci rincontreremo e chissà che quell’incubo iniziato quel maledetto e assassino 25 settembre 2005 finalmente finisca. Apriremo le nostre ali e nel vento scompariremo con un fiore di girasole ed un sorriso, perché la vita ricomincerà da dove l’avevamo lasciata.

Il tuo papà.”


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1 Comment

  1. Mario 56 /

    Quando muore “tragicamente” un ragazzo si spegne una stella in cielo, è difficile commentare questo “distaccato” ed esauriente articolo di cronaca, si premette che è un salutista e gli piace vivere ma si fa di ecstasy come fosse un fatto normale, io a 18 anni non potevo rientrare alla mattina, i tempi sono mutati non so se in meglio o peggio, certo c’è un (mis)fatto che non dovrebbe accadere ma “criminalizzare” a ragione i “famigerati” poliziotti beh mi sembra esagerato! Egoisticamente direi se a una certa ora eri a letto come i comuni cristiani questo non sarebbe successo! Come ritengo giusto che il comportamento anche “chiassoso” di un giovane ad una certa ora non merita una punizione del genere, ci sono tante forzature dettate da un momento di smarrimento generale dove i giovani hanno bisogno di eccedere per sentirsi vivi , le colpe se di ciò si tratta vanno suddivise, ma alla fine quella stella non tornerà ad illuminare un cielo testimone di tante “scelleratezze”!.

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