Una storia italiana X: da Forza Italia alla Terza Repubblica
Era il 1994: era da poco morto Kurt Cobain e Quentin Tarantino dava al grande pubblico Pulp Fiction, che lo consacrava come regista cult. L’Italia era ancora sconvolta da “mani pulite” e la nostra economia era in forte crisi. Silvio Berlusconi, l’imprenditore delle televisioni, l’amico di Craxy, che nell’84 legalizzò con un decreto la situazione della Fininvest, l’amico di Dell’Utri, a sua volta amico dell’eroe mafioso Mangano, uomo di Stefano Bontate, decise di scendere in campo per risollevare le sorti del Belpaese dopo il caos provocato da tangentopoli. Il Cavaliere approfitta del vuoto di potere lasciato dalla DC e riesce a diventare Premier. È il 10 Maggio 1994. Il Partito di Berlusconi si chiama Forza Italia, e stringe alleanza con la Lega Nord di Umberto Bossi e l’ex M.S.I. Gianfranco Fini. Il governo dura però poco: la frattura immediata con la Lega porta alla fine dell’esecutivo. È il 22 Dicembre dello stesso anno: gli ex amici leghisti gli daranno apertamente del mafioso. Passano 7 anni, e il Cavaliere ci riprova con successo: sono le elezioni del 2001.
Ancora una volta, al governo con Silvio ci vanno pure Bossi e Fini. Il mondo è cambiato dall’ultima volta: il processo di globalizzazione è ormai avvenuto.
Il grande cinema americano ci regala il costosissimo Pearl Harbor, il capolavoro Mulholland Drive di David Lynch, e il primo, memorabile, Shrek. Nanni Moretti e Muccino firmano La stanza del figlio e l’ultimo bacio; esplodono i Linkin Park, col singolo The End e gli U2 producono Beautiful Day. E’ l’anno dell’11 Settembre e delle torri gemelle, l’anno del G8 di Genova e della morte di Carlo Giuliani. Il Cavaliere, dopo aver firmato il patto con gli italiani, riprende la sua campagna contro la magistratura, e nel 2003, quando si insedia come Presidente di turno dell’UE, fa vergognare l’Italia dando, simpaticamente e <<senza cattiveria>>, a modo suo insomma, del nazista al deputato tedesco Shultz: Standing ovation del Parlamento in difesa dell’eurodeputato. La legislatura termina (quasi) naturalmente, e nel 2006 a sfidare il Cavaliere è Romano Prodi: il Professore emiliano vince per una manciata di voti, nonostante i disperati tentativi di Berlusconi, che a poche ore dalla chiusura della campagna elettorale si fa intervistare dal direttore del suo tg5 Clemente Mimun, retaggio di un conflitto d’interesse che non c’era. Il governo del mucchio rosso, che ospitava al suo interno fenomeni come Mastella (Clemente alla giustizia!), durò poco più di un anno, e riconsegnò il Belpaese nelle mani di Berlusconi.
E’ il 2008: Allenza Nazionale e Forza Italia si sono fusi nel Popolo delle Libertà, e l’Italia è sconvolta dalle rivelazioni del Gomorra di Saviano. Il nuovo governo avrebbe i voti per attuare le riforme tanto promesse, ma non le farà mai. Berlusconi preferisce concentrarsi sulla giustizia, sulle toghe rosse e sulla sua personalissima corsa contro i processi: quelli suoi, da rinviare fino alla prescrizione. Intanto, la crisi delle banche USA incomincia a fare sentire i suoi effetti sui mercati, e l’opposizione e le piazze s’accendono contro il Presidente: prima la statuetta di Tartaglia, poi l’attentatore misterioso di Belpietro, porteranno gli uomini della maggioranza a chiedere di abbassare i toni del dibattito politico. Nel frattempo, per il Presidente le cose
vanno sempre peggio: Gianfranco Fini da il via ad una scissione che porterà alla costituzione del FLI, ed esplode lo scandalo delle escort: la D’Addario prima, Ruby, molto più devastante, poi. I problemi più grossi per Silvio arrivano però dai mercati: il tanto temuto spread aumenta a dismisura, la BCE richiede pesanti interventi per diminuire il debito pubblico, e la maggioranza perde altri parlamentari. Ma la spallata al governo Berlusconi ancora non arriva.
Malgrado la richiesta di fare un passo indietro arrivi ormai da ogni singola parte sociale e schieramento politico, Silvio non molla. Resiste fino al 12 Novembre 2011: Berlusconi sale al colle e presenta le sue dimissioni al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: le immagini dell’auto blu che lo porta via, tra la folla, richiama alla memoria l’elicottero argentino di De La Ruà. Gli antiberlusconiani, di destra e di sinistra (eh si, già ce n’erano già pure a destra prima di FLI) si erano schierati a Piazza Grazioli nelle ore che avevano preceduto le dimissioni. Quando queste sono state rese ufficiali sono partiti i festeggiamenti: l’era berlusconiana è finita. In tanti si sono sempre battuti contro di lui: in tanti hanno fatto manifestazioni, sit in, controinformazione nel tentativo di svelare le omissioni delle tv mainstream. Ma non si è riusciti a batterlo. L’anomalia italiana, il Presidente che, come in una sorta di dittatura sudamericana, aveva in mano molti tra i media, ha resistito alla vox populi, o almeno ad una buona parte di esso. Negli ultimi tempi, lo ammetteranno anche i suoi più fedelissimi adoratori, sempre meno berlusconiani appoggiavano ancora incondizionatamente il Premier, e
mentre negli occhi degli anti cresceva il rossore del furore politico, negli occhi dei forza Silvio prendeva sempre più vita uno sguardo amareggiato, deluso, rassegnato: il grande sogno liberale berlusconiano aveva incominciato inesorabilmente a perdere pezzi già da qualche tempo. Lo spread, i mercati, sono riusciti ad assestare il colpo di grazia, a liberarci, promettendoci che deposto il despota le cose andranno meglio. Il berlusconismo ha attraversato venti anni di bipolarismo infuocato: i festosi cori che hanno accompagnato le dimissioni sono figli proprio di questa lotta esasperata, e quindi condivisibili, ma invocare un moderno 25 Aprile è forse forviante: Berlusconi non è finito per il volere degli italiani, ne dei loro rappresentanti in Parlamento, e questo è un dato di fatto. Di Berlusconi, e delle scorie del suo avvento, leggeranno i nostri figli sui loro libri di storia, a scuola. È finita la seconda Repubblica, e ci avviamo ad entrare nella terza fase con Mario Monti, tecnico della finanza mandatoci dall’alto. Il governo Monti influirà sull’economia italiana per molto più tempo della sua durata naturale: primavera del 2013. Il Premier scelto da Napolitano è fortemente sponsorizzato dalla BCE ed è ben visto dai mercati, mandanti della speculazione che ha messo in ginocchio l’Italia e che, probabilmente, attaccherà presto anche Francia e Spagna. Il Governo Monti, di cui avevamo previsto l’avvento (http://www.virgolenellevirgole.it/economia/economia-basica-fallimenti-bancari-rischi-default-le-cause-e-le-possibili-conseguenze/), è stato presentato oggi: sarà il braccio in grado di attuare quelle riforme impopolari che i nostri politici ben pasciuti non hanno (voluto) potuto fare. Chi ci assicura che i provvedimenti lacrime e sangue, o più semplicemente i “sacrifici”,
per dirla con il Presidente designato, ci sottraggano alla speculazione e ci evitino la recessione, non ci è dato saperlo. L’Italia non può fallire perché un nostro fallimento manderebbe in bancarotta l’intera eurozona, ma lo stesso non vale per le tasche degli italiani. Noi Italiani, si sa, abbiamo fatto Resistenza una volta sola, e siamo facilmente orientabili: per venti anni abbiamo permesso a Berlusconi di governare, e ora i sondaggi dicono che il settanta per cento degli italiani ha fiducia in Monti, mentre qualche settimana fa, l’ottanta per cento neppure sapeva chi fosse: Misteri del pensiero italiano, direi. Monti è l’uomo che ci hanno voluto mandare e che ci è caduto addosso, e in cui non ci resta che sperare, con gli occhi aperti e uno sguardo vigile sul futuro più prossimo: le nubi all’orizzonte sono nere, il partito degli astenuti e dei non votanti sfiora il 50 per cento, e occorre rivedere il nostro inserimento, e quello dell’Europa tutta, all’interno di questa logica di mercato post capitalista che non può fare a meno di nutrirsi delle crisi di questo o di quel paese. La sfida della globalizzazione l’abbiamo persa: aprire il mercato del lavoro alla concorrenza dei salari cinesi non poteva che essere un autogol. Occorre cambiare rotta ora, e in fretta, o rischieremo di decadere, di trasformare in poderosi incendi i focolai sociali accesi da Palermo a Milano: l’alba di una nuova Italia è giunta.





Commenti recenti