Io, gli Hippie e gli Scarafaggi (pt.10)
Il treno si fermò ben due volte, con conseguenti ritardi di ore. Nonostante il cuore le arrivasse in gola ogni volta che si affacciava qualche poliziotto, il passaporto di Ginevra superò i controlli. Quei due fricchettoni avevano fatto un buon lavoro. Arrivarono a Parigi verso le sei del pomepomeriggio. Usciti dalla stazione, Ginevra si girò a guardare quattro grandi valigie che Mick e Andrea stavano cercando di trasportare. «Scusate, ma i vostri vestiti non sono in quei due zaini là?».
«Questi non sono vestiti. Sono provviste» rantolò Mick, cercando di non farsi cadere la valigia di mano.
«Provviste?».
«Cibarie, in effetti» puntualizzò Andrea «Non possiamo sapere come si sono organizzati al Guistelle. Sicuramente, però, dopo cinque giorni avranno già consumato un bel po’».
«Pierre ci aveva consigliato di portare delle scorte, prima di partire» disse Edelwaiss. Le porse una enorme busta nera, di quelle che si usano per la pattumiera. «Tieni, dacci una mano. Stai attenta, dentro ci sono delle bottiglie di vetro».
«Non possiamo andare in giro così. Ci scambieranno per accattoni» protestò Ginevra. «Se non altro per questi ridicoli vestiti».
«Nessun problema. Passeremo per dei vicoli poco frequentati. Il Guistelle non è lontano dalla stazione. Useremo il percorso che gli altri hanno utilizzato per entrare nella scuola di notte. Ti garantisco che non ci passa mai molta gente».
Cominciarono a camminare. In altre situazioni, Ginevra si sarebbe fermata spesso a osservare Parigi, insistendo per andare in giro per negozi. Ma le attuali circostanze, soprattutto la pesante busta nera che trascinava, la convinsero a rimanere in silenzio e a risparmiare il fiato per il viaggio.
«Stiamo per fare una cosa illegale» pensò, mentre svoltavano in una stradina assolata «Occupare un edificio è reato. Che me ne importa di quella stupida guerra in Vietnam? Non ritireranno mica le truppe per noi. E comunque non voglio mettermi nei guai in un’epoca che non mi appartiene. Chi mi tirerebbe fuori di galera, se dovessi essere presa dalla polizia? E con un documento falso, per giunta. Voglio tornare a casa!».
Scese dal marciapiede, seguendo Viola, la busta sempre più pesante a ogni passo. «Fa troppo caldo. Come gli è venuto in mente di prendere un treno con tutte queste valigie? Spero che non manchi molto al Guistelle, ho bisogno di una doccia. E questi vestiti hippy del cavolo pizzicano in una maniera assurda…».
Ginevra, infatti, indossava gli stessi pantaloni e lo stesso top del giorno prima. Non c’era stato tempo di lavarli. Aveva posato la sua minigonna sporca sul letto di Talia e lì era rimasta. La padrona di casa non aveva ritenuto necessario fare il bucato, prima di partire. «Io li odio, gli hippy…» pensò, togliendosi una ciocca di capelli dal viso.
Gli altri camminavano molto più velocemente di lei, distanziandola di qualche metro. Sicuramente erano abituati a scarpinate di questo tipo, carichi di cibo e vestiti per sé e i loro compagni. «Selvaggi» pensò Ginevra. Ad ogni passo e ad ogni svolta, aveva il timore di scorgere una macchina della polizia. Quale balla avrebbero propinato ai poliziotti, se questi li avessero visti e fermati? «Ciao, sono una hippy lurida che puzza e ha un passaporto falso. Oh, ma non preoccupatevi: se chiamerete fra 39 anni a questo numero sarò felice di spiegarvi tutto!» si disse, sarcastica. «Qualcuno di voi sa parlare francese?» chiese.
«Io sì» rispose Viola, poco davanti a lei «Mio padre è francese, io e Pierre siamo madrelingua. Anche Edelwaiss parla bene il francese. Lo conosciamo un po’ tutti».
«Si impara, venendo spesso in Francia a manifestare» disse Leo.
«Comunque la maggior parte dei nostri amici sono italiani» la rassicurò Edelwaiss «Alcuni sono venuti da Londra e dintorni perché abitano in Inghilterra. Ma parlano tutti italiano».
«Ah, perfetto» sospirò Ginevra. La busta le stava scivolando di mano, quindi si fermò e perse alcuni secondi cercando di riottenere una presa sicura. Stava quasi per riprendere la marcia, quando sentì una mano posarsi sulla sua spalla.
«Oddio, la polizia!» urlò, girandosi di botto. Si ritrovò a fissare un hippy dall’aria sorridente.
«Bonjour, mademoiselle» disse, ridacchiando.
«Pierre!» Viola appoggiò a terra la sua valigia, correndo a salutarlo.
«Ma petite fille des fleurs!» rispose, abbracciandola.
Poi vide gli altri, dietro la sorella. «Ah, Talia, eccoti! Ti avevo scambiato per questa ragazza! Indossa i vestiti che ti sei cucita l’anno scorso».
«Sì, lo so. Glieli ho prestati. Si chiama Joan, è venuta con noi per l’occupazione» Pierre tornò a guardare Ginevra. «Pace e Amore, sorella. Benvenuta a Parigi». Aveva i
capelli neri, come Viola, lunghi e ondulati. Continuava a fissarla coi suoi occhi verde chiaro, con un lampo canzonatorio. Parlava un italiano quasi perfetto, intaccato solo da un leggero accento francese.
«O è fatto, o è cretino come gli altri» pensò Ginevra. Dopo l’estenuante viaggio in treno e l’ancor più difficoltosa marcia con le valige, non si sentiva in vena di risparmiare nessun hippy da un crudele giudizio.
«A che punto siete con l’occupazione?» chiese Leo, dandogli un cinque. «In piena autogestione» rispose Pierre, passando un braccio intorno alle spalle della sorella «Ieri abbiamo iniziato i corsi. Usiamo solo le aule fino al primo piano, perché in quelli superiori abbiamo sistemato tantissime barricate».
«Le barricate! Le barricate! Ne voglio fare una mastodontica!» disse Edelwaiss, ridacchiando come una bambina piccola. Pierre sorrise. «Stiamo decidendo se farne
un’altra per ostruire l’ingresso al terzo piano. Così se i celerini provano a entrare dal tetto, rimangono bloccati».
«Oh, voglio partecipare anche io. Voglio assolutamente aiutarvi!».
Andrea si mise a camminare vicino a Pierre, gli occhi al cielo. «Ti prego, dille di sì. È tutto il viaggio che smania per fare una barricata».
«Chiedi a Jacques. È lui il nostro responsabile delle barricate, in questa occupazione» disse Pierre, ammiccando a Edelwaiss. Girarono un angolo. In fondo alla via, scorsero il Jean Guisteille. Era un edificio di tre piani, fatto di mattoni giallini alquanto deprimenti. La porta di ingresso, una grande porta a vetri di metallo, era stata colorata con le bombolette di vernice e adesso rappresentava un grande murale, persone di tutti i colori abbracciate di fronte a una poltrona, su cui era seduto un imponente simbolo della pace argentato con una corona in testa.
«L’orgoglio dell’occupazione» disse Pierre, alludendo al murale «Ci abbiamo impiegato tutta una notte per realizzarlo».
«È stupendo» commentò Viola.
«Pensa che siamo finiti sul giornale e hanno pubblicato una foto del murale».
«Molto ingegnoso, dall’intrinseco significato morale» aggiunse Mick, cercando di camminare sotto il peso della valigia e della custodia della chitarra.
«Talmente bello che i celerini non oseranno spaccare i vetri, pur di conservarlo intonso» osservò Leo.
«Ci provassero. Non riusciranno mai ad entrare. Dietro alla porta abbiamo fatto una barricata con gli archivi della presidenza».
Dalle finestre del secondo piano si srotolavano dei lunghi lenzuoli bianchi, verniciati con le bombolette. Sopra c’erano slogan per la Pace e proteste contro l’America e la sua guerra.
«Che cosa ci faccio qui?» si ripeté Ginevra, per l’ennesima volta.
Pierre scavalcò il muretto intorno al cortile e aiutò gli altri a far passare le valigie. «Siamo entrati da una finestra della sala professori, sul retro. Dobbiamo camminare ancora un po’. François e Robert sono appostati nell’aula, ci aiuteranno a trasportare i bagagli dentro la scuola».
«Perché non sono venuti ad aiutarci?» chiese Ginevra, sbuffando.
«La polizia sorveglia i dintorni. Possiamo uscire pochi per volta, per non attirare l’attenzione. E voi ne attirate fin troppa».
Attraversarono il cortile, mentre l’aria cominciava a farsi meno calda.
«Sbrighiamoci, sono quasi le sette» li spronò Pierre «Fra poco devo andare ad aiutare Patrick ad accendere i fuochi».
«I fuochi? Quali fuochi?» chiese Ginevra, stupita. «In meno di un’ora dentro farà buio. Dobbiamo accendere dei falò in palestra e nelle altre aule, per fare luce».
«E la corrente elettrica?».
«È la prima cosa che ci hanno tagliato, tre giorni fa» rispose Pierre, guardandola divertito.
«Questa è la sua prima occupazione, Pierre» intervenne Edelwaiss «Non sa come vanno queste cose».
«Lo scoprirà presto. Nel giro delle prossime ventiquattr’ore dobbiamo aspettarci l’interruzione dell’acqua».
«Acqua?» Ginevra si fermò sull’erba, con le braccia sui fianchi «Vogliono toglierci anche l’acqua? E nei bagni? Saremo a centinaia, come faremo senz’acqua nei bagni?».
Pierre proruppe in una risata fragorosa, guardandola come si guardano i bambini ingenui.
«Si vede proprio che non hai mai occupato». L’interno del Guisteille era più piccolo di come si aspettava Ginevra. I corridoi sembravano stretti. O forse era per via delle centinaia di borse, sacche, valigie e buste accatastate contro le pareti. Due hippy dall’aria trasandata, François e Robert, li aiutarono a far passare le valige dalla finestra.
«Cibo e bevande sono in quelle cinque» spiegò Leo «E in quella busta ci sono le bottiglie di birra».
«Fumo? Tabacco?» chiese Robert. Leo scosse la testa. «Mi dispiace, non abbiamo fatto in tempo a procurarcelo».
Mick appoggiò la custodia della chitarra sul pavimento. «C’è carenza di materia prima, in quest’occupazione?».
«Un po’» disse Pierre «Siamo quasi trecento. Cominciamo ad essere sforniti». Mick sospirò tristemente. «Male, molto male».
Pierre cercò di essere ottimista. «In compenso, abbiamo ingenti riserve di carta per accendere i falò. Almeno abbiamo luce e calore in abbondanza, possiamo andare avanti ancora per molti giorni senza elettricità».
Mick si sedette per terra, battendo una mano sulla custodia della chitarra come a volerla incoraggiare. «Tutta quella carta e neanche un po’ di erba da rollarci…».
Ginevra alzò gli occhi al cielo. Robert lo prese per mano e lo aiutò ad alzarsi. «Su, Mick, non siamo ridotti poi così male».Si guardarono per un attimo, poi si alzarono e presero le valigie. Ginevra rimase a fissarli, immobile. La matita intorno agli occhi di Mick risaltava terribilmente in quella stanza semibuia. «Ehi, Joan» la apostrofò Pierre «Nell’aula accanto a questa, a sinistra, ci dovrebbero essere ancora dei fascicoli. Cerca di prenderne il più possibile e portali a Patrick, in palestra».
«Ma non so neanche dov’è, la palestra» disse lei, cercando di svicolare.
«Siamo al piano rialzato. In fondo al corridoio, sulla destra, ci sono delle scale che portano di sotto. Poi c’è un altro corridoio e alla fine c’è l’entrata della palestra» le spiegò Pierre «Dì a Patrick che arrivo subito, devo sistemare queste» prese due valige e uscì dall’aula. Ginevra alzò gli occhi al cielo. Non voleva aiutarli ad occupare. Non voleva prestarsi ai piani ridicoli di un gruppo di fattoni e…
«Se non l’avessi visto con i miei occhi non ci crederei» pensò.
Uscì dalla sala professori ed entrò nell’aula accanto. La stanza era completamente vuota. Banchi e sedie, pensò, erano stati usati per le barricate. Era rimasto solo un armadietto basso, vicino alla finestra, con le ante socchiuse. Ginevra lo aprì e ai suoi piedi caddero due fascicoli e molte risme di fogli bianchi.
«Tutto questo spreco per una stupida occupazione» borbottò, cercando di riordinare.
Poi prese i due fascicoli e quante più risme riuscì a tenere in braccio. «Meglio portarne tante. Hai visto mai che con la scusa di avere poco combustibile, mi rimandano indietro a fare rifornimento». Uscì dall’aula, cercando le scale di cui Pierre le aveva parlato. Strada facendo, doveva faticare molto per tenere i fogli in equilibrio sulle braccia. «Forse ho esagerato».
Dopo aver sceso le scale, dovette appoggiarsi a una barricata per riprendere fiato e impilare i fogli l’uno sopra l’altro. Quando riprese a camminare le sembrava di essere uno dei topi del cartone animato di Cenerentola; la pila di fogli e fascicoli le ostruiva in parte la vista, impedendole di guardare in basso. «Quanto devo sembrare stupida…» fece tra sè e sè. In fondo al corridoio, la porta della palestra era spalancata. La luce del sole ormai morente non la illuminava molto, ma sulle pareti danzavano delle luci gialle. «Hanno già cominciato ad accendere i fuochi» si disse. Le braccia le facevano male, non vedeva l’ora di portare i fogli a Patrick e a defilarsi, in cerca di un posto lontano dagli hippy. Stava per fare ingresso nella palestra, quando andò a sbattere contro un ragazzo.
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