Io, gli Hippie e gli Scarafaggi (pt.3)

feb 09, 11 Io, gli Hippie e gli Scarafaggi (pt.3)
Elisa era davanti alla porta di casa che si rifaceva il trucco davanti allo specchio dell’ingresso.
Vide il riflesso di Ginevra e le fece un cenno con il mascara. Elisa era davanti alla porta di casa che si rifacevail trucco davanti allo specchio dell’ingresso.Vide il riflesso di Ginevra e le fece un cenno conil mascara. «Sei pronta?» chiese Ginevra.

«Solo un secondo, che chiudo la trousse».

«Sbrigati per piacere. Mia nonna mi ha già fatto perdere un bel po’ di tempo» abbassò gli occhi scrutando i jeans attillati che portava Elisa. Decisamente di pessimo gusto, se abbinati con quelle scarpe.

«Hai le scarpe bagnate» le fece notare.

«Lo so» Elisa ripose i trucchi nella borsetta

«Fuori sta piovendo. Per fortuna avevo l’ombrello, sennò mi si sarebbe rovinata la permanente».

«Potevi dirmelo prima, non mi sarei portata la giacca di pelliccia».

«Scusami, ma il mio cell. non prende» disse, tirando fuori dalla borsetta il telefono «Non c’è campo. Deve essere a causa del temporale. Puoi andare di sopra a cambiarti».

«No, siamo già in ritardo. Non perdiamo altro tempo» Ginevra si diresse verso la porta d’ingresso. Questa si aprì all’improvviso, rivelando una delle cameriere della nonna che rientrava tutta gocciolante.

«Oh, buonasera signorina» disse quando vide Ginevra «Ho fatto appena in tempo a coprire la piscina con il telo, altrimenti con questo tempo si sarebbe riempita di foglie».

«Sì, bene. Stia attenta a non bagnarmi le scarpe » disse Ginevra.

«Oh, certo signorina. È sicura di avere un ombrello con sé?».

Ginevra ne prese uno dal portaombrelli accanto alla porta. «Ora sì. E adesso, se vuole scusarci…» aprì di nuovo la porta.

«Ma certo, signorina» la cameriera si scostò per farle passare. «Ancora auguri, signorina. Arrivederci» disse poi rivolta a Elisa.

«Arrivederci» le sorrise lei. Ginevra aprì l’ombrello e s’incamminò sotto la pioggia senza degnarla di uno sguardo.

«Dove l’hai parcheggiata?» chiese Elisa, una volta superato il cancello della villa.

«Dietro a quell’isolato. L’avrei messa più vicina a casa, ma quell’imbecille di Veriani ha occupato il posto accanto al cancello con il suo maledetto catorcio».

«Veriani? Il tuo patrigno, intendi? Perché non lo chiami per nome?».

«Quell’essere non ha un nome» sbottò Ginevra.

«Va bene, scusa» disse Elisa, attraversando la strada «Sei ancora arrabbiata con lui per la faccenda della macchina?».

«Lo detesto. Mia madre non dovrebbe lavorare con degli individui simili, né tanto meno farli vivere a casa sua».

La sera era calda. Del resto Roma era sempre un forno in quella stagione. Nonostante la pioggia, l’aria di giugno era particolarmente afosa. Elisa continuò a camminare vicino a Ginevra, cercando di far rimanere la borsa sotto all’ombrello.

«L’altro giorno Valeria si è comprata una maglietta di tua madre, in centro» disse Elisa «Veramente bella. L’avrei presa io, ma ero a corto di soldi. Oh, che belle scarpe! Le ha fatte lei?».

«No Elisa. Lo sai che mia madre non produce scarpe» Ginevra alzò gli occhi al cielo, compiaciuta che fossero state notate, ma esasperata dalla totale ignoranza dell’amica in fatto di moda

«Sono di Clorandi&Tess, modello Clarisse».

«Clarisse? Mai sentito».

«Lo credo bene» disse Ginevra con aria di sufficienza

«Devono uscire tra sette giorni e…» controllò l’orologio «Tredici ore e trentadue minuti».

«E come fai ad averle già?» chiese Elisa mentre giravano l’angolo della via.

Ginevra sorrise, quasi sprezzante. «Lo sai che mia madre ha delle conoscenze nel mondo della moda. Riesce sempre a farmi avere tutto quello che voglio».

«La figlia di quel cantante, quello che piace a tua nonna» fece Elisa pensierosa «Stella McCarthy, McCarrey…».

«McCartney» disse Ginevra, con l’espressione di chi ha appena inghiottito un limone intero.

«Giusto, McCartney… È stilista, sai? Ho visto un suo vestito su una rivista e…».

Un tuono particolarmente violento la fece quasi sobbalzare. «Che tempo! Speriamo che non ci sia troppo traffico. Sei in grado di guidare anche se la strada è intasata?».

«Certo che sono in grado. Solo perché sono ancora minorenne non significa che non sappia guidare» disse Ginevra, avvicinandosi alla macchina e tirando fuori le chiavi. Una volta dentro, si tolse il bracciale della nonna e lo appese allo specchietto retrovisore.

«Oh, che carino! Dove l’hai preso?» disse Elisa.

«Me l’ha regalato la nonna. Dice di averlo comprato nel ’66» disse Ginevra accendendo il motore.

«È un amore! Non sapevo che nel ’66 facessero dei gioielli così carini! Perché te lo togli? Ci starebbe benissimo con quella gonna».

«Vorrai scherzare!» disse Ginevra. Il Golden Crystal era poco fuori Roma. Per evitare di incontrare traffico, Ginevra decise di prendere una strada alternativa. «Se passiamo dal ponte guadagniamo circa un quarto d’ora. Così non rischiamo di arrivare più tardi di così».

«Che t’importa, sei la festeggiata. Puoi arrivare all’ora che ti pare» disse Elisa, guardando fuori dai vetri bagnati.

«Sì certo. Così Barbara e Claudia si prendono i ragazzi migliori. No, grazie. Alla mia festa non posso dargli questo vantaggio».

«Potevi non invitarle, allora, visto che ti stanno così antipatiche».

«Ho chiesto al fratello di Barbara di farci da dj. Dovevo farla venire per forza. E poi ci sarà anche suo cugino, me lo sto lavorando da un paio di settimane».

«Sì, devo darti ragione… Ma che fai, era rosso!».

«Siamo in ritardo, non posso fermarmi a tutti isemafori. E poi non c’era nessuno».

«Sì, ma poteva sbucare qualcuno all’improvviso. Poteva esserci una macchina della polizia parcheggiata lì vicino. Hai solo 17 anni, rischi grosso se guidi e per giunta non ti fermi ai semafori».

«Ma piantala. Tanto se c’è una multa la paga quell’idiota di Veriani. Anzi, quasi quasi mi faccio beccare solo per il gusto di farlo pagare».

«Gin, così esageri però».

«Non rompere e dimmi che ore sono».

«Sono quasi le otto e mezza».

«Le otto e mezza?!» Ginevra premette sull’acceleratore.

«Ma sei matta? Vai più piano!» disse Elisa sbattendo con la schiena sul sedile.

«Ecco, brava, mettiti la cintura. Se hai così poco senso dell’equilibrio!».

«Gin, stai andando troppo veloce… guarda quel povero braccialetto, se sbatte ancora sul vetro si rompe».

«Non gliel’ho certo chiesto io a mia nonna di regalarmelo». Intanto fuori si sentiva un altro tuono.

«Ginevra, rallenta».

«Ecco, siamo quasi sul ponte. Se non c’è nessuno corro un altro po’ così arriviamo quasi in orario. Non hai paura che Claudia si metta a civettare con Paolo?».

«Sì, ma…».

«E allora rilassati. Apri un po’ il finestrino. È meraviglioso correre a strada libera col vento sul viso!».

«E la pioggia…».

Appena fu sul ponte, Ginevra accelerò ancora di più.

«Smettila, stai andando a centoventi all’ora!».

«Ma che dici, se sarò al massimo sui quaranta!».

«Attenta a quella pozzanghera… e schiva quella bottiglia, dannazione!».

«Vorrei proprio sapere chi getta la roba sulla strada. Non mi fanno correre tranquilla!» rise Ginevra.

«Cerca di rimanere sulla nostra corsia, per favore».

«Eddai, che non c’è un’anima! A sinistra ci sono meno buche!».

«Ma noi dobbiamo rimanere a destra!» protestò

Elisa «Guarda, ho visto una luce in fondo. Potrebbero essere dei fari, torna subito a destra!».

«Ma piantala, sarà un lampione guasto che va a intermittenza! Ti giuro, a parte i Beatles e Bob Dylan sembri mia nonna!».

«Forse allora tua nonna non ha tutti i torti. Ma chi ti ha dato la patente?!».

«Non ce l’ho ancora. Ricordi, ho solo il permesso speciale di mia madre!» Ginevra rovesciò la testa all’indietro e cominciò a ridere.

«Cambia corsia. C’è troppa acqua per terra e se arriva una macchina contromano rischiamo il tamponamento!».

«Ma stai zitta, Elisa! Siamo le regine della strastrada!».

«Vuoi darmi retta!».

All’improvviso una luce abbagliante; un fulmine cadde poco distante da loro, colpendo la strada bagnata.

«Ah!» Ginevra tolse le mani dal volante, avvertendo la scossa.

«Rallenta!» urlò Elisa. La macchina scivolò sull’acqua e sbandò, andando verso il lato della strada.

«Ginevraaaa!». Ginevra cercò di frenare, inutilmente. La macchina si andò a schiantare contro la barriera del ponte, sfondandola. «Oddio, nooo!». Un altro tuono. Uno schianto.

Poi più niente.


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