Servono altri esempi di umanità

gen 27, 12 Servono altri esempi di umanità

Un altro 27 gennaio. Un’altra giornata all’insegna del ricordo, del risveglio delle coscienze e dei viaggi nel tempo, degli interrogativi e dei rimorsi. Un’occasione in cui riaffiorano sentimenti di vicinanza, affetto, di autentica e pura solidarietà nei confronti di un popolo che tanto ha sofferto per questo smacco alla propria identità. Per quella pagina di storia che li ha visti agnelli sacrificali all’altare di una patria farlocca, che aveva intenzione di mettere a punto un progetto di dominio incontrastato e opprimente.

Un disegno dai colori cupi, tenebrosi che la forza della democrazia e il desiderio di libertà hanno cancellato inesorabilmente, rispedendolo nel profondo oblio da cui si era inspiegabilmente originato. Quell’ondata rivoluzionaria che attraversò l’Europa, stravolgendo le sorti del secondo conflitto mondiale, arrivò troppo tardi per una fetta sostanziosa del popolo d’Israele e per tutte quelle categorie dell’umanità ritenute scomode e inadatte a un futuro di cui qualcuno (in realtà) voleva privare il resto del pianeta.

Quella crociata intrapresa nei confronti di una delle tante culture che costituiscono parte integrante della storia (anche) europea era solo un tentativo abietto di gettare polvere negli occhi degli spettatori, al fine di nascondere ambizioni disumane.

È proprio questo che rende la shoah un atto ancor più meschino davanti agli occhi di chi non c’era e cerca di conoscere: essere stato semplicemente il primo passaggio di una pianificazione, al pari di un pedone sulla scacchiera. Aver attribuito a milioni di vite umane un peso specifico pari quasi allo zero.

Quindi non possiamo far altro, nella dimensione odierna, che adoperarci per rinfrescare la memoria, ma non solamente proiettando documentari, film, o tenendo lezioni su razzismo, guerra, intolleranza e via dicendo. Sono iniziative indispensabili, ma rischierebbero di trasformarsi con il passare degli anni in inconsistenti rituali, addirittura in banale demagogia. Forse è arrivato il momento di smetterla di chiedersi se la classe politica o il resto della popolazione avrebbero potuto fare qualcosa in più, se abbiano realmente fatto tutto il possibile per impedire che ciò si verificasse, oppure di riempirsi la testa di milioni di perché.

Forse è arrivato il momento di comprendere che le coscienze non vanno risvegliate occasionalmente, quando ci fa maggiormente comodo: la nostra coscienza è una luce che deve rimanere costantemente accesa. Inoltre, i tempi così intensi e frenetici del nostro presente non ci permettono di ritornare spesso nel passato; o, meglio, di farlo in maniera tanto prevedibile e scontata.

Forse è arrivato il momento di non attribuire più responsabilità a questo o a quell’altro gruppo di persone, oppure di attribuirle a noi stessi e vivere perennemente rosi dai morsi del senso di colpa. L’unico modo per riparare è continuare a fornire esempi, ovviamente in veste umana, di impegno, dedizione e senso di responsabilità dinanzi alle questioni della comunità, di qualsiasi natura, colore, razza, lingua o religione.

Servono dei modelli che indichino una strada da percorrere: non una scorciatoia, ma un tragitto senza buche o altri ostacoli da evitare; non importa quanto questo sia lungo. Programmare qualcosa nei modi adeguati significa dedicare a ciò tempo e attenzione, studio e analisi. La fretta, in questo caso, ci farebbe commettere errori madornali e rischierebbe di farci apporre correzioni completamente a vuoto. In questi anni abbiamo realmente compreso cosa è giusto o cosa è sbagliato? Siamo riusciti a distinguere la qualità dalla mediocrità?

Il ricordo deve viaggiare accompagnato dalla cura della nostra stessa immagine, perché proprio ognuno di noi deve rappresentare il primo esempio di una lunga serie.

Ciò che trasmettiamo di puro e pulito alle persone a noi più vicine, familiari e amici, non è assolutamente un contributo minimo, ma un ulteriore punto tracciato al quale necessariamente ne andranno aggiunti altri.

Basta guardare meccanicamente a tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle, anche se dovesse  trattarsi di qualcosa di buono:  il lavoro brillante non sta nell’emulazione, ma nel plasmare qualcosa di nuovo e altrettanto efficace. Ce lo insegna Andrea Pazienza: non bisogna tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa.

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