La macchina dello Stato: nel backstage della storia

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È una inedita passeggiata dietro le quinte dello Stato italiano quella che ci offre la ricchissima mostra La macchina dello Stato, allestita all’Archivio Centrale dello Stato e visitabile fino al 16 marzo.

Si inizia il percorso ammirando lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848 e ci si immerge nella prima sezione della mostra: quella dei primi quaranta anni dello Stato Unitario, dalla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 fino alla crisi di fine secolo, inaugurata dagli scioperi del 1898 per il pane. È una raccolta di documenti che riesce a darci il senso delle problematiche che il nuovo apparato statale ha dovuto affrontare per tramutare de facto una riunificazione che al momento era solo de iure: l’unificazione di pesi, misure e monete, l’uniformazione legislativa e amministrativa. Interessante la documentazione esposta sul fenomeno del brigantaggio: i rapporti del Tribunale militare di Guerra di Gaeta con le sentenze emesse, i manifesti delle procure locali con le taglie dei ricercati; il rapporto redatto dal questore Sangiorgi sull’attività della mafia palermitana negli anni 1898-99, i registri dei beni dell’Asse ecclesiastico. Si ha un tuffo al cuore nel vedere il nuovo codice penale nel quale fu abolita la pena di morte in Italia. Poi le prime ricerche lombrosiane con L’uomo delinquente e anche gli esempi di schede biografiche degli oppositori politici (sono esposte quelle compilate su Francesco Longhena, Enrico Malatesta e Giacomo Matteotti). L’ultimo oggetto della prima sezione è una rivoltella: la Harrington e Richardsoon con la quale l’anarchico Gaetano Bresci uccise re Umberto I, in un attentato che aprì una nuova stagione politica nel Regno d’Italia.

La seconda sezione è dedicata al periodo che va dai governi giolittiani fino al primo dopoguerra. L’aspetto più rilevante della sezione è forse il divario tra nord e sud Italia che si intuisce dai progressi tecnologici del nord (emblematica in questo senso è la gigantografia esposta di Milano prima città europea illuminata con energia elettrica) e, di contro, dalla vasta documentazione prodotta dagli uffici dell’emigrazione italiana: un’interrotta emorragia che testimonia un processo che però non incluse il Mezzogiorno. Toccanti sono anche le foto del disastroso terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908.

Si passa poi al ventennio della dittatura fascista. Anche in questa sezione troviamo moltissime e interessanti testimonianze: il proclama del governo Facta contro la marcia su Roma, gli atti con i quali furono dati pieni poteri al governo Mussolini, diverse copie dei periodici fascisti, statuti ed inni delle varie organizzazioni giovanili, progetti di scuole ed edifici, fino ai documenti della censura teatrale. Poi le leggi razziali: la propaganda, le leggi antiebraiche riassunte a fumetti, le tavole elaborate per definire l’appartenenza razziale. E molto altro.

Esattamente sulla parete opposta della stanza troviamo invece le testimonianze della lotta antifascista. Si inizia con le  bandiere dei partiti antifascisti e con il manifesto dei socialisti pieno di indignazione uscito dopo l’assassinio del deputato Matteotti. Si prosegue con il sorprendente materiale prodotto dall’Ovra, la polizia segreta del regime nata nel 1927. Documenti rilevanti la mappa dell’Italia con le indicazioni dei luoghi e del numero degli arresti dei comunisti effettuati tra 1931 e 1932, le schede nominative dell’Ufficio Confino Politico (tra le quali è anche esposta la scheda di assegnazione di Sandro Pertini alla colonia penale di Ventotene), la scheda segnaletica di Altiero Spinelli (solo per citarne una).

Infine la quarta sezione: la Liberazione e la nascita della Repubblica. Qui il racconto della storia è affidato in gran parte a foto dell’epoca, bellissime quelle della liberazione di Milano, e a due documenti cardine: l’ordine del giorno Grandi del 25 luglio, che chiude vent’anni di dittatura, e l’annuncio da parte della Corte di Cassazione dei risultati del referendum del 2 giugno 1946 con i quali inizia la storia della Repubblica. E con la Costituzione, con la firma di de Nicola, si chiude la mostra, si chiude un pezzo della nostra storia.

La macchina dello Stato è una mostra che sa emozionare, che, guidandoci dietro le quinte della storia,  ci sa portare direttamente al centro del palcoscenico, dagli uomini, nei luoghi e nel cuore della storia. È una mostra da non perdere, fatta di atti d’uffici, foto, lettere e filmati e quant’altro che presi singolarmente ci direbbero poco, ci parlerebbero solo di burocrazia, ma che organizzati coerentemente ci permettono di guardare complessivamente e con i nostri occhi una parte della nostra storia, che si apre con lo Statuto del Regno di Sardegna e si chiude con la firma della Costituzione. Storia che è solo appena un passo dietro di noi…

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